“MArC” Museo dell’Arte Ceramica
ll Museo dell’Arte Ceramica di Appignano racconta la storia del borgo attraverso la ceramica, dai reperti romani alla tradizione dei “coccià”. Un viaggio tra argilla, fuoco e mani sapienti che trasformano la terra in memoria e identità.
Le cocce de Pignà Il mistero primitivo «M’appariva un mistero primitivo che non è diventato ricordo; sta tra il mito, la leggenda, la visione; vidi un lavoro creatore quasi ci fosse dentro il fiato di Dio» così Dolores Prato magnificava il lavoro degli artigiani appignanesi, nel suo celebre romanzo “Giù la piazza non c’è nessuno”. «Chi non conosce Appignano non può capire le coccette. Neppure io lo conosco», perché entrare nel mondo delle cocce e dei coccià non significa soltanto scoprire un’antica tradizione, vuol dire addentrarsi nel profondo di una communitas, nella trama di relazioni di un paese nascosto tra le colline marchigiane e che non svela mai del tutto l’incanto. È un percorso antropologico, che parla di lavoro, fatica, sacrificio, per domare gli elementi naturali e renderli adatti alla vita umana. È un viaggio nell’agire lavorativo che è l’agire dell’uomo nel mondo e dunque della costruzione di senso e significati comuni a tutti noi. È grazie al lavoro degli studiosi Mario Buldorini e Roberto Bronzi e del loro preziosissimo testo “Terra, Acqua, Fuoco, Anima” che questa mostra prende forma, nonché all’audacia dell’Amministrazione Comunale. Un formidabile viaggio che pone la città di fronte a uno specchio e ferma il tempo del visitatore ad un passato non così distante, in quanto essenza della comunità di oggi e del prossimo futuro di Appignano. L’esposizione prende il via con la rappresentazione geografica del mondo delle cocce appignanesi con i suoi luoghi storici. Si prosegue con l’iniziale lavoro di sofisticazione della terra: gli strumenti per il trattamento dell’argilla, il processo di essiccazione e il complesso processo della cottura, sintetizzato attraverso un’infografica. Una selezione delle cocce più rappresentative, quelle dal design primitivo, anonimo, privo di fronzoli, che racconta la quotidianità del secolare mondo rurale marchigiano. Quindi ancora una tavola sinottica, che tenta di visualizzare la trama di una società così lontana dalla nostra e in ogni aspetto legata al mondo del lavoro manuale. Poi il tornio, lo strumento più rappresentativo, dove finalmente la terra prende la forma tramandata dalle memorie e dal sapere delle generazioni di artigiani appignanesi, di cui si è voluto celebrare le biografie più note e documentate. Chiude la mostra uno sguardo al moderno: dai colori alle ceramiche decorative, eredità ormai storica di questa secolare tradizione. La produzione ceramica e laterizia in età romana: Il sito archeologico di Collina del Sole Il sito di età romana di Collina del Sole ad Appignano si colloca in un territorio recentemente urbanizzato posto nella periferia sud della città. Le indagini archeologiche svolte tra 2015 e 2016 hanno portato alla luce i resti probabilmente appartenenti a una villa rustica romana con annessa area produttiva, rappresentata da una fornace di laterizi (opus doliare), databile tra età tardo-repubblicana e media età imperiale (I sec. a. C- II sec. d. C.). Posizionato lungo un diverticolo della via Flaminia Prolaquense, Appignano doveva afferire ad uno dei più vicini Municipia (Trea, Ricina o Auximum). L’antica villa rustica doveva posizionarsi in un punto strategico in relazione allo sfruttamento dell’area per attività estrattive; l’ipotesi più verosimile infatti, è che proprio la lottizzazione interessata dai recenti lavori rappresentasse fin dall’antichità un’ampia area di estrazione dell’argilla e che le buche della cava fossero state riempite, in una fase di spoliazione, con le grandi quantità di materiali di risulta dell’antico insediamento rurale. Fra i materiali di scavo spicca un frammento di tegola con un graffito in latino sulla superficie ancora fresca. Il testo, incompleto e di non facile lettura, è composto su tre righe, scritte da tre operai della fornace come nota di produzione: a linea 1 Ap(p)iu(s) C(aiae) Li(bertus) N- - -]; a linea 2, ruotando la tegola di 180 gradi, si legge il nome Kadmus seguito da un numerale a tre cifre; a linea 3, sempre a tegola ruotata, si nota la parte finale della scritta -igla (da integrare come tigula variante di tegula) seguita dai numerali CLI o CVI, equivalenti a 151 o 106. Dall'insieme del testo si ricava che la fornace produceva sicuramente tegole e altri laterizi, che il liberto Appio (ex schiavo poi divenuto libero) ne era il responsabile, coadiuvato da uno o più schiavi, uno dei quali si chiamava Cadmo. Fornace ed iscrizione documentano l'esistenza sulla Collina del Sole di una villa rustica e di un fundus Appiani, dal quale probabilmente discende il nome della moderna Appignano.