Abbazia San Salvatore
L’abbazia di San Salvatore di Rio Sacro, conosciuta anche come Santa Maria in Insula, fu fondata nel 1009 da San Romualdo. Edificata su una villa romana trasformata in eremitaggio, divenne presto un importante centro della vita monastica camaldolese.
La cripta, magnifica nella sua struttura, presenta volte a crociera sorrette da nove colonne e un pilastro. Al suo interno si conservano un affresco della Madonna con Bambino, una croce stazionale in rame dorato, una campana del XIII secolo, una porticina di ciborio del XIV secolo e due altari affrescati del XVI secolo. Durante i lavori di ristrutturazione dell’Abbadia furono rinvenuti frammenti di laterizio di origine romana, inizialmente custoditi in un museo adiacente alla chiesa allestito da padre Natale Sartini e oggi conservati presso l’abitazione del parroco. L'alta valle del Fiastrone vanta una tradizione profondamente benedettina, legata in modo particolare a San Romualdo. Santo ravennate, figlio del duca Sergio, nacque nel 952 e morì il 19 giugno 1027, all’età di 75 anni. Secondo San Pier Damiani, San Romualdo, che visse per molti anni come eremita, era un uomo di grande ingegno, coraggio indomabile, ma anche mite e gioviale. La sua vita errante lo portò a visitare numerosi luoghi, tra cui il territorio di Camerino, dove cercò di riaffermare la necessità della vita eremitica nei monasteri benedettini, seguendo con rigore lo spirito della "Regola" di San Benedetto. Tra il 1005 e il 1009, San Romualdo visitò il Camerinese e rafforzò l’eremitaggio di Rio Sacro. La sua intensa vita spirituale, segnata da lavoro e preghiera, portò alla santità di figure come San Ronaldo da Camerino e San Firmano da Fermo, che ricevettero l’ordinazione sacerdotale a San Salvatore, come attesta San Pier Damiani. Per volontà dell’assemblea sacerdotale, sui loro corpi furono eretti altari, dove ancora oggi si celebrano i divini misteri in memoria dei loro miracoli. San Romualdo rifondò l’Abbadia, oggi parzialmente ristrutturata, situata in posizione isolata nella valle, vicino all’attuale frazione di Monastero, allora conosciuta come "Santa Maria in Insula" e oggi chiamata San Salvatore. Durante i lavori di restauro dell’Abbadia sono stati ritrovati resti di strutture precedenti in stile romualdino, oltre a quattro torri con impianto ravennate. Intorno al 1050, sotto il vescovo di Camerino Atto, i monaci benedettini di Santa Maria in Insula furono chiamati a San Ginesio per officiare le funzioni nella chiesa di San Pietro, oggi San Francesco, costruita a Capocastello. Per obbedienza, i monaci lasciarono la loro Abbadia. Circa duecento anni dopo, per ordine di Papa Onorio III, i monaci furono costretti a tornare alla vecchia Abbadia, sotto pena di soppressione dell’Ordine. Abbandonarono la chiesa di San Pietro, affidandola a un sacerdote diocesano e a un fratello laico, trovando chiesa e monastero in pessime condizioni. Tuttavia, a Monastero non trovarono pace: nel 1226 Onorio III trasferì il monastero alla mensa vescovile di Senigallia, suscitando il malcontento dei Ginesini, poiché Santa Maria dell'Isola passava così dalla giurisdizione del Vescovo di Camerino a quella di Spoleto. Nel 1229, "Rinaldo", legato imperiale della Marca di Ancona e Duca di Spoleto, restituì Santa Maria dell'Isola a San Ginesio, confermando tutti gli acquisti precedenti, compreso il castello di Isola (oggi frazione Monastero).